Phaedra’s love

PHAEDRA’S LOVE
MAGGIO 2003: “PHAEDRA’S LOVE”, di Sarah Kane, coproduzione compagnia Numeriprimi e Accademia degli Artefatti, regia di Fabrizio Arcuri, debutto al “Teatro del Tempo” di Parma, in stagione (2003-2004) al teatro Piccolo Eliseo di Roma

Leggo il testo ripetute volte e mi rifiuta, rifiuta cioè qualunque idea di messa in scena, si scurisce, diventa nero, si sottrae. E’ pieno di trappole di insidie non lascia intravedere punti d’attracco. Percepisco un’energia sotterranea un terremoto, un ritmo di fondo incessante, su cui la parola si adagia e ne esce come una canzone suonata con un vecchio grammofono. Sento come una non coincidenza un’incapacità di aderire, la storia è nota e si porta avanti come un fardello, intrappola e costringe, allora si crea uno spazio vicino, una adiacenza dove poter stare, ai margini della luce, ai bordi della stanza nella calligrafia e non nel senso della scrittura, meglio ancora negli interstizi nelle pause. Leggo con attenzione le note, cerco di mantenere presente i riferimenti a Seneca e al grand guignol e cerco di interpretare attraverso quel filtro la necessità del sangue e della violenza mescolata alla realtà quotidiana, a quelle immagini che noi viviamo già, viviamo sempre. Immagino un corridoio. Un corridoio che pulsa come un cuore su cui si stagliano nitide le ombre. Un interstizio. Una parte del corpo in controluce con le vene e i nervi scoperti. Un corridoio che è un luogo di passaggio, il purgatorio del palazzo reale. Un corridoio che è una corsia, un luogo d’attesa di vita e di morte. Immagino che tutto sia assolutamente realistico tanto da essere totalmente artificiale come la luce del sole, che filtra dalle finestre, nessuna concessione alla finzione dichiarata e quindi volutamente irreale. Una serie di ghigliottine che tagliano la scena amputano lo spazio e separano le scene così da spingere l’azione sempre più inesorabilmente avanti senza possibilità di ritorno fino a concederla al pubblico all’arena per la catarsi finale che non libera niente se non la tragedia che finalmente si compie.

Il Corriere della sera
Dopo una prima regia di Marinella Anaclerio (2000), ecco già una seconda, di Fabrizio Arcuri.
Prodotto da accademia degli artefatti e da numeriprimi di parma, “Phaedra’s love” di Sarah Kane si rivela un testo di culto della giovane generazione-come gli altri quattro di questa scrittrice inglese, morta suicida a ventotto anni, nel 1999.
Anche per “Phaedra’s love” si sprecano le etichette: grandguignol, pulp, splatter. Ovvero: Seneca rivisitato, la realtà contemporanea vista attraverso la lente del teatro giacobita, o di quello elisabettiano. E infine: la Kane come capofila dei new angry.
Ma il primo a sorprenderci è Arcuri. La scena invade lo spazio della platea, cioè si espande almeno quanto si illumina di un abbacinante candore, con le sue bianche pareti divisorie, i suoi pannelli semitrasparenti, la sua fontana neoclassica, il suo prato all’inglese.
A dilatarsi non è solo lo spazio. Si dilata, a dismisura, anche il tempo. La prima metà di uno spettacolo che potrebbe durare sessanta minuti e ne dura centoventi è formidabile, folgoranti le prime cinque scene-fino al suicidio di fedra: il tempo della vita di Fedra, o meglio del suo amore, è scandito, sillabato, distillato-attimo per attimo.
Vi è, in esso, uno strazio indicibile-che tuttavia viene detto. O meglio: viene dapprima confessato, a un medico dell’anima, e poi dichiarato, all’uomo che fedra ama, il figliastro Ippolito.
E’, costui, il futuro regnante: un uomo grasso, che non si assumerà mai l’onere del regno, che passa il suo tempo davanti alla televisione, masturbandosi e mangiando patatine fritte.
A volte, Ippolito si concede ai piaceri del sesso-con chiunque capiti, egli neppure sa
chi sia il suo partener, se sia un uomo o una donna, ciò gli è sommamente indifferente.
Gli è così indifferente che l’atto non sarà ripetuto, con la stessa persona, per una seconda volta. Dichiarandosi Fedra si assume la responsabilità di una scelta fatale due volte: per il grado di parentela che la lega all’uomo che ama e per il rifiutò che seguirà- il rifiuto della sua persona. Fino a questo punto dello spettacolo è una gara di bravura tra l’autrice e il regista, che ha collocato tutto in una scena alla Greenaway e che ci ha comunicato l’incomunicabile attraverso le voci strozzate, ingolate, soffocate dei suoi interpreti (Fabrizio Croci e Simonetta Checchia, bravissima).
E’ una gara di bravura che paradossalmente ci fa capire perché l’Inghilterra si ostina nella sua aggressiva e disperata politica.
Franco Cordelli

Il Sole 24 ore
Qualcosa di oscuro e illeggibile, un turbamento svelato ma non spiegato.
Tutto questo attraversa come una corrente continua l’intenso e attento lavoro che l’accademia degli artefatti in collaborazione con la compagnia Numeriprimi di Parma compie, sotto la guida di Fabrizio Arcuri, muovendosi intorno alla scrittura complessa di Sarah Kane e al suo Phaedra’s love.
L’autrice inglese, suicida nel ‘99 a soli 28 anni, riprende qui una storia antica dentro la quale battono archetipi morali e di sentimento.
E’ la vicenda di Fedra, innamorata del figliastro Ippolito, raccontata in tutte le epoche con significati diversi, a partire dai due opposti esempi di Euripide e Seneca che la kane tiene costantemente presenti.
Troppo sottile e consapevole Arcuri per procedere a una attualizzazione del mito.
Anzi il regista ci porta in uno spazio astratto, com’è sempre quell’ ambulacro del palazzo dove accadono le tragedie classiche.
E qui corrono segni diversi del tempo, metafisici, astratti o grotteschi, quasi mai psicologici. Semmai emergono evidenti tracce psichiche, le linee spezzate della nevrosi, il tracciato acuminato di un’endoscopia emotiva condotta sul confine estremo della precarietà interiore.
Fedra in abito seicentesco (un doveroso omaggio a Racine) è scossa da fremiti di pianto ininterrotto, e, fra le lacrime, fa scorrere sia un pudore intimo che il potente desiderio, vissuto con un’ombra di infantilismo. Bravissima Simonetta Checchia.
L’Ippolito di Fabrizio Croci è un moderno dongivanni, nichilista e apatico, che dissipa l’esistenza fra lo schermo televisivo e le sue avventure senza distinzione di sesso o di parentela. Altrettanto nevrotica in un rimbalzo di antagonismi e gelosie la figlia di Fedra, Strofe, interpretata da Francesca Zavaglia, con Antonluigi Gozzi duttilissimo nel doppio ruolo di un medico (un Clark Gable vampiresco) e un prete dalle tonalità ibseniane, fino all’apparizione conclusiva di un confuso Teseo marito di Fedra e padre di Ippolito, reso con energia da Rocco Antonio Buccarello.
Corpi animati da brividi profondi in un costante emergere di sedimenti, fra camp televisivo, kitsch da pornografia casalinga o sogni di più patinato erotismo, in uno spazio scenico che nel debutto parmense era una scatola bianca nella quale il pubblico si trovava costretto a una prossimità estrema con quelle tensioni.
Antonio Audino

Gazzetta di Parma 14-05-03
Una candida scatola scenica ospita insieme lo spazio degli attori e del pubblico, lo sguardo si amplia e si riduce più volte: bianche pareti scendono dall’alto a delimitare l’area dell’azione(…) in Phaedra’s love creazione di Numeriprimi e Accademia degli Artefatti lo spazio è astratto,, il tempo fuori dalla storia, costumi elisabettiani e tv, una sensualità inquieta e infelice, erotismo e potere mescolati: pare che non ci sia più nulla che abbia senso fuori da quella rete di rapporti autodistruttivi(…)
Valeria Ottolenghi

Repubblica 12-05-03
Si esce svuotati e commossi, dall’abitacolo asettico e abbacinante che contiene gli strati sempre più ridotti e in primo piano di Phaedra’s love(…)Dialoghi in sordina, ombre, graffiti kitsch, un pianista magrittiano e accenni di Massive Attack o Sex Pistols sono la partitura tesa di una devastante tragedia annunciata che al massacro plurimo finale sostituisce un’apocalisse di fantocci smembrati.
Rodolfo Di Giammarco

Liberazione 22-05-03
In quest’operazione colpisce la capacità del regista della romana Accademia degli Artefatti, che si confronta con un testo e nuovi attori, i Numeriprimi di Parma, di riuscire a rimandare al pubblico la ricerca espressiva e linguistica del testo inglese con immaginari complessi e ricercati che rimandano alla tragedia senechiana come al grand guignol, ma anche alla ben nota necessità di sangue e violenza che appartiene all’oggi (…) Ippolito ben interpretato da Fabrizio Croci, in tutta la fiacca noncuranza di chi rimane a guardare ciò che gli succede attorno(…) Potentemente fragile è Fedra che mostra da subito l’insano amore per il figliastro, rivelato dalla luminosità dei sorrisi della brava Simonetta Checchia.

L’Unità 22-05-03
Questa Fedra ha una forte impronta visiva, anche se accuratissimo è il lavoro sulla parola fatto con gli attori per padroneggiare una materia incandescente fino al kitsch e alla crudeltà. La storia viene sofferta profondamente nel corpo degli interpreti, con una recitazione rallentata come un infinito zoom a scavare dentro sentimenti che esplodono (o implodono) devastanti (…) La compagnia Numeriprimi di Parma dimostra di saper ben scavare un testo difficile, sospeso tra soap opera, enormità da tragedia senechiana e un dolore lancinante.
Massimo Marino

www.delteatro.it –
È di raffinata fattura l’edizione di Phaedra’s love messa in scena da Fabrizio Arcuri, regista e anima dell’ Accademia degli Artefatti di Roma, con il giovane gruppo parmense NumeriPrimi. L’amore incestuoso e malato della regina Fedra, moglie di Teseo, per il figliastro Ippolito viene qui declinato in un gioco grottesco e decadente, sciatto e volgarissimo.
(…)Ecco, allora, perché quella scrittura risulta insidiosa all’allestimento: non può essere affrontata con ardore mimetico – giacché si ridurrebbe a superficiale macchiettiamo televisivo – né, tanto meno, può assurgere a totale lirismo tragico, dal momento che la poesia, la tragedia durissima della Kane è continuamente messa in discussione, sottratta, spostata dall’ironia. Un terreno minato, dunque, che pretende attori di grandi capacità, che sappiano fuggire schematismi preconfezionati ma tenere profondità emozionali assolute. Ed ecco perché, dunque, il lavoro fatto da Arcuri con il gruppo NumeriPrimi risulta interessante.
(… )Gesti minuziosi, spostamenti di equilibrio, un fraseggio spezzettato o appena sussurrato, una tensione che monta senza mai esplodere, un continuo e snervante dilatare del tempo, parole ossessive che restano sospese: la tragedia di Fedra si scompone tra nevrosi e silenzi, tra isterie e malesseri. La vicenda cresce (o si fa sempre più degradata) fino al parossismo finale e splatter: l’arresto di Ippolito con l’accusa di aver stuprato Fedra, il suicidio di lei, la condanna a morte di Ippolito, l’involontaria uccisione di Strofe da parte di Teseo e il suo suicidio. Non si salva nessuno, naturalmente: ma non è questo che conta.
Quel che preme alla Kane, e ad Arcuri, è giocare con questa mostruosità. Lo spettacolo, colorato di impercettibili e bellissime luci in continuo movimento, tiene l’equilibrio, alterna sapientemente momenti di divertita comicità surreale a dolorose e amare considerazioni sul destino e la predeterminazione umana. Sulle note irriverenti dei Massive Attack si chiudono le quasi due ore di lavoro, splendidamente interpretate da un ottimo Fabrizio Croci, nei panni discinti di Ippolito; da una folgorante Simonetta Checchia – magistrale il lavoro fisico su Fedra; e da Francesca Zavaglia, accattivante Strofe; Rocco Antonio Buccarello, energico Teseo, e da Antonluigi Gozzi nel doppio ruolo del medico e del prete perverso.
Andrea Porcheddu

 

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